L’ultimo Bregonzio: il segreto degli anni ’50 per vivere felici

Hai presente quelle serate d’autunno in cui il freddo pungente entra nelle ossa, e tu nascondi il volto dentro la sciarpa di lana, regalo di qualche natale passato?

Quando senti che l’unico tuo desiderio è tornare a casa, e infilarti sotto la copertina che tieni sul divano in attesa che la tua dolce metà torni a casa del lavoro, per poi addormentarvi insieme davanti alla televisione?

Ecco, quel freddo non è niente in confronto a ciò che il protagonista della nostra storia stava vivendo sulla sua pelle, da mesi e mesi ormai.

La neve lo circondava, il bianco intorno a lui era così luminoso da far male agli occhi, ma non poteva certo fermarsi lì, la guerra gli imponeva di andare avanti, e lui era un uomo forte e vigoroso.

Bruno era figlio di una donna straordinaria, Anita, rimasta vedova troppo presto, troppo improvvisamente (se vuoi leggere la sua storia non devi fare altro che andare QUI e scoprire tutto sul tragico evento che l’ha spinta a trovare la forza per costruire il Borducan.)

Bruno Bregonzio, portava il cognome di suo nonno Davide, un uomo forte, un uomo determinato, e non poteva di certo offenderne la memoria arrendendosi.

Era partito da qualche anno per la guerra e gli sembrava che quell’incubo non trovasse fine, era uno dei giovani arruolati per il fronte, e ciò che gli dava la forza per sopravvivere, andare avanti, e combattere fino all’ultimo respiro era una e una cosa soltanto: casa.

La sera prima di addormentarsi chiudeva gli occhi e immaginava il Sacro Monte, poteva vederlo chiaramente dipinto nella sua mente, ne riconosceva il profilo, ripercorreva con la mente le tappe della via sacra, ne scrutava gli angoli nascosti nella sua mente.

Ogni notte prima di sprofondare per poche ore fra le braccia di Morfeo evocava nel buio e nella solitudine del campo di battaglia il volto di sua madre Anita, e pensava che sei lei era sopravvissuta alla morte dell’amore della sua vita, allora lui poteva riuscire a tornare a casa, e rivedere ancora una volta il suo amato Sacro Monte.

Bruno Bregonzio attraversava la Russia come soldato da anni, quando finalmente giunse la notizia che la guerra era finita, che sì, sarebbe potuto ritornare a casa.

Sono sicuro che se fossi capitato in Russia fino a qualche anno fa avresti potuto ancora parlare con chi lo aveva incontrato, non era certo facile da dimenticare, non ti potevi scordare del suo carattere deciso ma gentile.

Nessuno ha dimenticato, anche qua al monte, il sorriso grande stampato su un viso ammaccato dal freddo e della guerra.

Quando guardo al Borducan che si staglia all’orizzonte, lanciandosi deciso ma delicato nel vuoto, come per gettarsi nella vallata, nei laghi davanti a lui, non posso che pensare a Bruno.

All’animo coraggioso con il quale è partito, a quel sorriso, che non è mai scomparso dal suo volto, anche quando è dovuto partire per la Russia e il freddo pungente gli entrava nelle ossa, anche quando la paura terrificante di non tornare mai al suo Sacro Monte gli faceva saltare un battito del cuore.

Anche quando gli spari e le urla lo facevano esitare, Bruno con il suo sorriso stampato in volto, Bruno grande e grosso, sempre pronto a dare una pacca sulla spalla e offrire un bicchierino.

Bruno che scende dal treno e si lancia felice fra le braccia di sua madre Anita, pronto a salire al Sacro Monte e riniziare la sua avventura a casa.

È stato il suo carisma, la sua energia, e il duro lavoro delle sue mani a portare il Borducan alla sua fama.

Conosciuto da tutti in città, il Borducan è diventato punto di riferimento per chiunque amasse la pace e la tranquillità del Sacro Monte, ma anche un sano bicchiere di Elixir, il magico liquore che puoi assaggiare solo qui nella sala circolare.

Bruno non abbandona la tradizione, anzi, la porta avanti in memoria di suo nonno:

“Faccio tutto da solo, dalla scelta degli ingredienti, all’estrazione dell’olio essenziale dalla buccia d’arancia, alla preparazione dello sciroppo nel paiolo che usava mio nonno, con le stesse sei botticelle da 50 litri che usava lui”

Perché ti sto raccontando tutto questo? Cosa te ne frega della storia del Borducan? Tu dopotutto, vuoi soltanto goderti una cena in santa pace.

Te lo spiego subito.

Salire al Borducan, varcare la soglia, entrare nella magica sala circolare, perfettamente arredata, con eleganza e quello stile raffinato tipico degli anni 20, non è un’esperienza comune.

Vieni sopraffatto dalla magia che ti circonda, e resti stordito dalle storie che i muri sembrano raccontare, ecco perché ti parlo così spesso della storia di questo luogo incantato, perché tu possa essere preparato e possa goderti a pieno tutto ciò che anima il Borducan.

Ci sono così tanti pezzi di storia uno sopra l’altro, ci sono i ragazzi che la mattina marinavano la scuola,  cercando evasione dai banchi rigidi e grigi, e godendosi una sana boccata d’aria fresca, e, perché no, una cioccolata calda.

Ci sono gli universitari che si incontravano lì per preparare gli esami, ed ecco che tutti i giovani sognatori della città riempivano la sala.

Ci sono le centinaia di coppie che arrivavano mano nella mano, dopo una passeggiata romantica.

La sera però era il momento che Bruno preferiva, quello in cui si sedeva al tavolo e raccontava le sue storie, le storie della Russa, di un viaggio lunghissimo e senza fine.

La storia di sua mamma, di come la sua forza aveva risollevato il Borducan, e varesini e stranieri rimanevano semplicemente lì, a pendere dalle sue labbra.

Io non sono altrettanto bravo, dicono che Bruno facesse rimanere tutti incantatati, che la sala intera si fermasse e iniziasse a pendere dalle sue labbra, io non sono di certo lui con la sua parlantina, ma ormai il Borducan parla da solo, racconta le sue storie senza bisogno di aiuto.

E se vuoi ascoltarle, c’è una sola cosa che puoi fare, vai su Prenota Tavolo prenota la tua cena a lume di candela e vieni a goderti di quel bicchierino che Bruno offriva agli avventori.

In alto i calici!

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